SEMPLICE E SENZA FRONZOLI, IL VOLTO SCONOSCIUTO DI ANDREA TIDONA
SEMPLICE E SENZA FRONZOLI, IL VOLTO SCONOSCIUTO DI ANDREA TIDONA
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SEMPLICE E SENZA FRONZOLI, IL VOLTO SCONOSCIUTO DI ANDREA TIDONA

Non ama la mondanità. Preferisce la campagna al caos della città, e porta con sè nel cuore la sua Modica, dove torna ogni volta che può, vivendo la sua realtà e i suoi concittadini. Il vero volto di Andrea Tidona.

Da Roma a Modica, passando per il Teatro, il Cinema, la Televisione. Non c’è nulla che non stia bene nel curriculum di Andrea Tidona, al quale l’attore modicano ha aggiunto quest’anno un felice ritorno nella sua città d’origine, con la nomina di Direttore Artistico della neonata Fondazione Teatro Garibaldi. E’ una piccola “tappa del cuore”, in un percorso artistico tutto in ascesa che, dagli esordi al Piccolo Teatro di Milano al fianco di Giorgio Strehler, è arrivato all’apice nel cinema, con la partecipazione a “I cento passi” e “La Vita è Bella” e con il Nastro d’Argento per “La meglio gioventù”, e in televisione, con innumerevoli fiction e la collaborazione con Fiorello in “Stasera pago io”. E tutta la straordinaria popolarità che il suo versatile talento merita, incredibilmente non si scontra col suo carattere riluttante alle logiche dell’esteriorità, né scalfisce la sua essenza di uomo sobrio e dall’animo saldamente ancorato a valori semplici e autentici.

Il successo nel mondo dello spettacolo è sempre il frutto di una delicata, e spesso casuale, combinazione di talento, di tenacia e di fortuna. Andrea Tidona si sente più un attore di talento, un uomo dalla grande tenacia rispetto al proprio sogno, o semplicemente una persona fortunata?

Anche se razionalmente dividerei la torta in tre parti uguali, penso di dovere molto alla tenacia, che sempre elabora il talento e gli consente di non adagiarsi, di non accontentarsi, e di essere pronto a ghermire la fortuna, quando arriva. D’altro canto sono consapevole che è questa, la fortuna, a determinare l’alchimia particolare che genera il successo: senza di essa, spesso, ci si può affannare a lungo, persino se si è dotati di un grande talento, e purtroppo si resterà sempre all’angolo.

Ed è ambizioso, Andrea Tidona?

Nulla si può fare nella vita, senza ambizione. Se con ambizione, beninteso, ci riferiamo alla sfida quotidiana, continua, con sé stessi, di dimostrare che si è in grado di salire sempre un gradino più in alto. In questo caso non sono ambizioso: sono ambiziosissimo!

Quello attuale è per lei un periodo intenso sul “legno”. In pochi mesi ha portato in scena “L’avvocato del Duce”, “Senza Hitler” e il suo “Edipo…seh”. Ma si vede meglio sul palcoscenico o sullo schermo?

Un tempo avrei scelto senza esitazioni il palcoscenico: certe riflessioni sono possibili solo in teatro, anche se è fatto di tanta fatica, pochi soldi e poche soddisfazioni. Oggi, dopo aver conosciuto il cinema, ho imparato ad apprezzare il suo valore, che è innanzitutto quello di poter raggiungere un pubblico infinitamente più vasto di quello teatrale.

Sia in scena che sullo schermo ha portato molte volte la “sicilianità”, che si sviluppa tra tanti topos e tanti ruoli. Qual è quello che ha sentito più suo interpretandolo? E quale quello che, invece, ha odiato rappresentare?

Senza dubbio ho amato il ruolo di Giovanni Falcone, per la lucidità e l’ambizione sociale che rappresenta, ma anche quello, sicilianissimo, di Mastro Don Gesualdo, perché è una figura memorabile, che sento molto vicina alla mia sensibilità e alla mia storia. Per quel che c’è di peggio, basta dire che ho interpretato boss come Navarra o Vizzini, sentendomi addirittura dire dalla gente che li ho resi troppo affascinanti. Ma loro erano così: ho sempre cercato di entrare nell’uomo, nella sua interezza.

A proposito della gente, c’è un grande affetto intorno a lei da parte del pubblico. In particolare la “sua” gente, i modicani, la amano molto. E’ una sensazione che avverte?

Sì ed è una cosa che mi sorprende e mi tocca profondamente! Sono altrettanto abituato, però, a discernere l’apprezzamento autentico dalla sfilata delle foto e degli autografi: quando la gente dice di volermi conoscere, sto ben attento a distinguere chi vuole conoscere Andrea da chi vuole conoscere solo il personaggio che vede in tv.

Come vive lo scarto tra lei e un lavoro che è fatto, inevitabilmente, anche del dovere di apparire?

Questo è davvero il più grande cruccio della mia vita e della mia carriera, l’unica ragione per la quale sono stato tentato di lasciar perdere. Forse la mia è una forma di snobismo, non lo nego, ma se c’è una cosa che davvero mi dà fastidio è l’ipocrisia che pervade questo ambiente. La mondanità è solo una stupidaggine: mettermi in mostra e fare moine, davvero, è una cosa che non appartiene alla mia natura.

E qual è, allora, la sua natura?

Qui è il punto! Io di base mi sento un po’ un “massaro modicano” e sono convinto che questa cosa non me la toglierò mai, mai di dosso. E’ un codice genetico che mi appartiene ed è fatto di un’identità semplice, essenziale, di sostanza e senza fronzoli.

Si direbbe che lei sia un uomo schivo, riservato. In questo senso può essere interpretata anche la sua scelta di vivere in periferia, in campagna, sia a Roma che a Modica. Ma qual è il posto che Andrea Tidona considera davvero “casa” sua?

Non penso di avere una “casa” e penso al contempo che una “casa” possa essere in ogni luogo in cui è possibile trovare un’identificazione con la propria anima, un’aderenza con il proprio modo di essere e uno spazio di condivisione, di socializzazione e di rapporti autentici con gli altri. Per quanto riguarda il mio rapporto con Modica, ho sempre detto che da qui sono scappato da ragazzo con la convinzione che non ci sarei più tornato: ancora una volta la mia solida “laicità” mi rendeva insopportabile l’ambiente della provincia, fatto di etichette e di appartenenze alle quali non ci si poteva sottrarre. Ma col tempo mi sono dovuto rendere conto che le radici rappresentano sempre un richiamo troppo forte per poterselo negare: anche quando le fronde hanno bisogno di innalzarsi per crescere, l’albero riconosce sempre il luogo in cui ha attecchito. A questa dimensione appartiene il mio legame con la campagna: ancora, volendo chiudere il cerchio, quel mio sentirmi un animo “contadino”, come mio padre. E’ un legame con il lavoro delle mani, con i ritmi, con gli odori e con l’essenza della terra, quella vera.

0 0 3817 15 giugno, 2010 Spettacolo giugno 15, 2010

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