GABRIELA COSTACHE E IL SEGNO DELLA LIBERTÀ
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GABRIELA COSTACHE E IL SEGNO DELLA LIBERTÀ

È nata nella Bucarest del dittatore Ceausescu, quando non c’erano possibilità di realizzare il suo talento e l’unico modo che aveva di esprimersi era disegnare a matita sulle pareti. Ora la sua casa è a Donnalucata, dove non solo è riuscita a dipingere a tempo pieno, ma anche a trovare il coraggio di mostrare le sue opere. Che portano il segno delle esperienze selvagge e spietate della sua adolescenza.

Foto di Simone Aprile

Gabriela Costache aveva sei anni appena, quando prese per la prima volta in mano la matita e cominciò a disegnare freneticamente tutte le figure che le stavano intorno, usando come tela le bianche pareti del bagno di casa, che suo padre inutilmente tornava a ripulire. Non c’erano altri spazi oltre quello, non c’erano nemmeno tempere e acquerelli che potessero dar vita alle figure, ma soprattutto non c’era alcuna strada nella Bucarest della dittatura che Gabriela potesse percorrere per dare un futuro a quella necessità intima di dipingere.

I suoi genitori lavoravano di notte, la madre in un panificio e il padre in una fabbrica di tessuti, mentre lei e suo fratello spesso dormivano all’addiaccio, facendo la fila dalle sette di sera alle nove del mattino davanti alle porte delle macellerie, per comprare un chilo di carne che sarebbe dovuto bastare per un mese. “I miei genitori sapevano e si sentivano impotenti – racconta, con un pizzico di rabbia che ancora affiora dal dolore di quegli anni – sapendo che non potevano assecondare le mie doti. Non so da dove veniva, ma un giorno mi regalarono un piccolo libricino con i dipinti di Michelangelo sulla Cappella Sistina, che è rimasto a lungo il mio unico, fragile ma emozionante contatto con i colori”.

Quel libricino Gabriela lo ha sfogliato per anni alla luce di una candela, quella che erano costretti ad accendere la sera, quando alle otto in punto la città si spegneva e così anche le luci di casa loro. “Ascoltavamo spesso un punto radio americano – ricorda pure – anche se era vietatissimo e rischiavamo la morte per questo: sentivamo i rumeni partiti per l’America che ci incoraggiavano ad alzare la testa contro il regime”.

A più di vent’anni da allora, Gabriela tira fuori il suo tormentato racconto. Un racconto fosco e in bianco e nero come il tratto di quella sua matita, che contrasta con il regno che la accoglie oggi: il suo prezioso laboratorio di pittura, finalmente pieno zeppo di colori a olio, tele, pennelli e pastelli. Questo contrasto racchiude il viaggio di una vita, quello che l’ha portata fino alla sua casa di Donnalucata, essenziale e spartana come solo certe case di campagna sanno esserlo, ma pienamente in sintonia con l’animo di chi la abita e va da sé che respinga il superfluo. Qui, con suo marito Francesco e col suo fedelissimo cane Lupin, quel madido incubo sembra finalmente asciugato da tanta luce del sole.

Ma dimenticare non è facile, non è possibile, forse non è nemmeno giusto nei confronti di sé stessi e del proprio vissuto: serve piuttosto accettarlo ed essere capaci, in qualche modo, di offrirlo. Ecco, Gabriela lo offre attraverso i suoi quadri, che ne hanno assunto il segno con prepotente evidenza: “Ho attraversato un’infanzia di esperienze selvagge e spietate – ammette – per questo si ha la sensazione che nelle mie opere ci sia l’espressione di un’angoscia esistenziale, quella che assale l’uomo in generale, la crudeltà e la messa a nudo delle ferite di base. E’ così perché per me l’arte è tutto, ho sempre osato contaminare la vita privata con la vita creativa, unire in qualche modo tutte le emozioni, le inquietudini e le paure della vita all’opera. Per esempio, c’è spesso un grido nei personaggi delle mie opere, proprio perché questa è una modalità tipica della mia espressività, un mio sospiro di liberazione”.
La liberazione, snodo cruciale e catartico. La stessa che si è spalancata alla caduta del regime nel quale “
avevamo vissuto – dice Gabriela – come topi nei sotterranei, a pezzi fisicamente e moralmente”. La stessa che ha provato quando finalmente ha potuto finire il liceo, frequentare la Scuola popolare d’arte e, a 17 anni, realizzare il suo primo dipinto ad olio: “Ma non l’ha visto mai nessuno – confessa – come molti altri. È stato così per tanti anni, tutto quello che producevo era solo per me e anche se capitava di far vedere i miei quadri, anche se mi dicevano che erano belli, io ne ero gelosa”.

È stato così anche in Italia, dove Gabriela è arrivata a 21 anni con suo fratello, attraversando grandi difficoltà: “Dovevo lavorare per mantenermi, e di lavori ne ho fatti mille. Per questo, per quanto mi trovassi in un posto bellissimo e dalle mille possibilità come l’Italia, non riuscivo a stare bene: mi mancava dipingere, ero diventata un’artista della domenica, ma insoddisfatta e sofferente per il fatto di dover tradire ciò che più amavo fare”.
Ma per fortuna accade che anche nelle storie più difficili arrivi un momento risolutivo, come la benedizione di un miracolo: un premio – in questo caso – alla sua resistenza e alla fede ostinata che aveva mantenuto per il suo dono. “
Ho incontrato una persona – racconta Gabriela – che mi ha fatto capire che bisogna rispettare sempre le nostre necessità e i nostri bisogni. Così ho ricominciato a dipingere con la passione di una volta e pian piano, passo dopo passo, mi sono dedicata completamente alla pittura. E qui a Scicli ho conosciuto tantissimi artisti e tantissime persone che mi vogliono bene e dimostrano grande rispetto per me e per la mia arte”.

In questa casa, in questo suo laboratorio, Gabriela e capace di dipingere anche cinque o sei ore al giorno. Il suo è un flusso inesauribile, alimentato da un’incessante esigenza di portare fuori un mondo intero che le alberga dentro. Non c’è bisogno di tenere sempre in mano il pennello, certi giorni è piuttosto necessario restare a guardare la tela, alla ricerca del punto di contatto tra l’arte e l’inconscio, fino a coglierne l’essenza, il distillato.

Non sarà un caso se in tutte le sue opere ritornano il giallo – l’intuizione –, il rosso – il sentimento –, e l’arancione – la fusione di entrambi.

In un’opera d’arte – spiega Gabriela – deve esistere l’esplicito e l’implicito, il conscio e l’inconscio, il sacro e il profano, l’evidente e l’allusivo, senza scendere nel didascalico o nel descrittivo. È come far entrare in relazione dialettica la razionalità e l’irrazionalità, la consapevolezza e l’automatismo, la misura e l’impulsività, l’ordine e la trasgressione”.

Il risultato è sempre problematico, ambivalente come l’artista stessa si definisce: “Disperata, testarda e ottimista allo stesso tempo. Disperata per come va il mondo, ottimista perché so, con la mia testardaggine, di poter raggiungere i miei obiettivi”.

E di obiettivi ne sta raggiungendo tanti, Gabriela Costache, proprio

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di questi tempi: nel giro di pochi mesi ha bruciato in rapida successione tappe vincenti in Italia e all’estero.

Dopo essere stata selezionata lo scorso giugno per partecipare alla mostra “I big dell’arte contemporanea”, organizzata dalla Triennale d’arte di Roma, a luglio è tornata ad esporre alla Galleria L’Agostiniana della Capitale, partecipando con le sue opere alla Rassegna d’Arte contemporanea organizzata dalla Galleria Marguttarte. Quest’estate le sue opere sono state presenti in varie collettive italiane, ha partecipato a due importanti progetti espositivi transnazionali promossi dall’Associazione Culturale Galleria Folco di Torino, in collaborazione con il mensile Italia Arte dal titolo “Da Torino a Chicago e viceversa”, poi a

Praga ad una rassegna d’Arte Contemporanea alla Galleria Brehova, nella quale sono stati coinvolti tanti artisti di fama per un’opportunità di dialogo tra le diverse tendenze contemporanee, e poi a Siena per una mostra personale presso il Museo “La Città Sotteranea”. Ad ottobre, è stata invitata ad esporre anche in uno dei più importanti musei di Sofia.

Ma ora Gabriela è in partenza per Roma, dove è stata ammessa tra i membri della prestigiosa Accademia di San Lazzaro, che l’ha giudicata tra i più meritevoli talenti nel campo dell’arte pittorica. “Tutto questo mi dà la forza e la carica per andare avanti e riuscire a far vedere alla gente il mio lavoro”, commenta Gabriela.

E nell’immediato futuro vuole programmare una mostra nella sua città d’origine, Bucarest, e far vedere al popolo la città da cui proviene. “Per ricordare alla gente – dice – che cosa abbiamo passato e che dobbiamo, per il futuro, fare del nostro meglio per non rifare quegli errori, per non sbagliare più”.

Ma il suo vero sogno non è semplicemente quello di esporre, né tanto meno di vendere opere: “Il mio unico vero desiderio è lasciare un segno indelebile in ognuna di queste occasioni”.

 

1 1 3312 15 ottobre, 2012 Arte , People ottobre 15, 2012

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