TIZIANA BOSCO: “VI MOSTRO LA VERA MINEO”
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TIZIANA BOSCO: “VI MOSTRO LA VERA MINEO”

Giovane regista ragusana, ha firmato la regia di “Io sono io e tu sei tu”, docufilm sul CARA (Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo) di Mineo. Con una parte di documentario ha raccolto le testimonianze degli operatori e degli ospiti, mentre con una parte di fiction – la cui fotografia è stata curata da Daniele Ciprì – ha dato un volto umano al difficile processo di integrazione a cui è chiamata l’intera Sicilia.

Freetime 40 - Mineo

“Io sono io e tu sei tu”, dice il piccolo Saif al suo giovane amico italiano, quando viene il momento di lasciarsi perché per uno dei due è venuto finalmente il tempo di partire. “Io sono io e tu sei tu”, gli risponde, quando l’altro gli esprime il desiderio di essere uguale a lui. È con questa formula di accoglienza al rovescio, una battuta per spiegare che la vera integrazione è l’arricchimento nella diversità, che la regista ragusana Tiziana Bosco ha provato a raccontare cominciando da cos’è il Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo di Mineo. Il Cara, come tutti abbiamo imparato a conoscerlo leggendo i giornali.

“Io sono io e tu sei tu” è un film per metà documentario e per metà fiction: la storia di ciò che succede ogni giorno qui dentro si intreccia con ciò che potrebbe o dovrebbe accadere, nella mente e nei cuori delle persone. Da un lato ci sono le testimonianze, schiette e spesso sofferte, degli operatori e degli ospiti del Cara. Dall’altro ci sono quei due bambini e la loro amicizia: uno è italiano, ha da poco subìto il trauma della morte della madre e segue il padre giornalista, che viene costretto a fare controvoglia un reportage sul Cara e si porta dietro un carico di negatività e pregiudizi, l’altro è figlio di due immigrati in attesa da mesi di vedersi riconosciuti lo status di rifugiati.

freetime 40 - MineoSenza essere didascalico, senza cadere nel rischio di una sin troppo facile retorica, Tiziana Bosco è riuscita con questo lavoro a restituire, all’esterno del Cara, la verità sul Cara: una verità che troppo spesso finisce inghiottita dalle tensioni e dalle polemiche. Le tensioni che gli ospiti stessi spesso determinano, esasperati dall’attesa dei mesi, in alcuni casi degli anni che trascorrono prima di ricevere una risposta dallo Stato italiano. E le polemiche sull’affollamento e la gestione della struttura, che alcuni sono arrivati a definire una “prigione d’oro” e altri invece si sforzano di dimostrare inadeguata all’accoglienza. Quella verità è probabilmente più semplice: e cioè che qui, in questo “giardino degli aranci” che fu residence confortevole per gli americani di Sigonella, si cerca di affrontare ogni giorno e nel migliore dei modi possibili la grande fatica di gestire la presenza di 3 o 4 mila persone, che convivono fino a 9 o 10 in ognuna delle villette a due piani che sono diventate la loro prima casa italiana.

“Vogliamo fare vedere questo docufilm il più possibile – spiega Tiziana – e al maggior numero di persone possibili. Cominciando nelle scuole, dove magari porteremo solo la parte di fiction. E poi in tutte le città della zona. L’abbiamo fatto per questo: per fare vedere, per sensibilizzare”. Prodotto dalla Fondazione Integra, “Io sono io e tu sei tu” è stato girato circa un anno fa, ma presentato ufficialmente alla Camera dei Deputati solo da poche settimane. “Anche se l’abbiamo girato in poco più di una settimana – racconta -, gran parte del tempo l’abbiamo impiegato prima, per farci conoscere dagli ospiti e convincerli che potevano fidarsi di noi”.

_DSC9734L’idea del documentario è venuta a Tiziana dai racconti di suo marito, Rosario Lizzio, che è l’addetto stampa del Cara: “Io non c’ero mai stata – racconta – e all’inizio ero un po’ titubante, in parte proprio per ciò che si diceva di questa realtà e in parte perché immaginavo che sarebbe stata un’esperienza davvero pesante dal punto di vista psicologico. In realtà poi si è rivelata un’esperienza intensa e toccante. Ci abbiamo messo un bel po’ ad abbattere le diffidenze, poi anche io ho capito perché alcuni degli ospiti non volevano essere coinvolti né tantomeno intervistati: spesso hanno alle spalle storie davvero drammatiche e anche nei casi in cui hanno accettato di raccontarle, noi abbiamo scelto di tenere solo una parte di questi racconti, proprio per evitare di strumentalizzare le singole vicende personali. Ci hanno raccontato di tutto, dalle torture al viaggio, dalla fame alla morte in mare: un ragazzo ci ha detto che in Libia lo hanno costretto, sotto la minaccia di un fucile, a salire sul barcone, ma lui si è opposto finché non gli hanno consentito di portare a bordo anche la sua chitarra, l’unica cosa che aveva, che poi ha regalato qui a Mineo ad un operatore che lo aveva aiutato”.

Naturalmente questo lavoro ha necessitato anche – innanzitutto – di un approccio artistico, la scelta di un punto di vista e di un linguaggio. “Abbiamo voluto appositamente utilizzare due macchine diverse – spiega Tiziana Bosco -, una per la parte di fiction e una per il documentario. La fotografia della parte di fiction l’ha curata Daniele Ciprì, che io avevo avuto occasione di conoscere in passato: gli è piaciuta molto l’idea e ha partecipato con entusiasmo, rinunciando anche ad altre cose importanti. Abbiamo coinvolto due attori come Marcello Mazzarella e Luigi Burruano, due professionisti e due persone molto serie dal punto di vista anche umano. In questa parte abbiamo voluto appositamente marcare l’aspetto della finzione, con immagini estremamente pulite rispetto a quelle del documentario, lasciate volutamente sporche. Nella fiction emergono, ad esempio, i colori delle etnie, legati alle loro usanze: c’è la scena di una festa con i loro costumi e la cosa bellissima è stata che due degli ospiti ci hanno aiutato rispettivamente con i costumi e con le musiche. Diversamente, la parte del documentario è stata girata in location significative per il Cara, come la mensa, la scuola, la ludoteca”.

Freetime 40 - MineoGrazie anche alla collaborazione con il direttore del Centro, Sebastiano Maccarrone, è stato possibile tirar fuori un vero e proprio racconto della vita all’interno di questo piccolo mondo, che fa quasi gli stessi abitanti della città di Mineo. Dato che gli ospiti sono costretti a restare qui anche fino a 12 o addirittura 18 mesi, l’Associazione temporanea di imprese che ha assunto la gestione del Cara ha fatto il possibile per accrescere la quantità e la qualità dell’accoglienza. Innanzitutto, ogni anno gli ospiti sono chiamati ad eleggere i propri rappresentanti, suddivisi per nazionalità o gruppi di nazionalità omogenei: il rappresentante diventa un punto di riferimento per ogni comunità, ma anche un aiuto concreto per la direzione del centro, oltre che un modo per realizzare una certa forma di educazione alla democrazia. La mensa garantisce tre pasti al giorno e i cuochi si sono messi all’opera per imparare ad avvicinarsi alle tradizioni culinarie dei paesi di provenienza, che in tutto solo oltre 40. Il centro fornisce assistenza legale, ma anche assistenza psicologica, supporto per le madri, conforto per i bambini. Anche se gli ospiti sono liberi di uscire dal Centro durante le ore diurne, non mancano le attività da poter svolgere qui dentro: dai corsi di italiano a quelli di formazione professionale, dai laboratori artigianali alle squadre di calcio e basket. Ma il servizio più importante reso agli ospiti è il costante sforzo per metterli a contatto con la comunità del territorio, a cominciare dalla città di Mineo: dalle amichevoli di calcio alle attività per i bambini, che ogni giorno vengono portati in pulmino dal Cara fino alle scuole della città, dove vengono perfettamente integrati. E anche il docufilm di Tiziana Bosco ha rappresentato un’importante opportunità per coloro che vi hanno partecipato, diventandone “attori”.

“Non è stato facilissimo – racconta ancora Tiziana -, anche perché loro hanno orari molto rigidi per le loro attività e quindi, per esempio, nel bel mezzo delle riprese accadeva che loro lasciassero tutto perché dovevano andare a mensa”.

Freetime 40 - MineoNaturalmente ciò che emerge alla fine non è tutto rose e fiori, anzi: “Il vero dato negativo che viene fuori dalle testimonianze – conferma Tiziana –, ma che certo non dipende dal Cara, è la lunga, lunghissima attesa a cui sono costretti per ottenere i documenti. Probabilmente non sanno cosa li aspetta, una volta fuori da qui. Alcuni hanno parenti in Italia o in altri paesi europei e allora vogliono raggiungerli. Ma molti altri non hanno alcun punto di riferimento e non sapranno cosa fare, una volta fuori da qui. L’aspettativa con cui arrivano è innanzitutto quella di salvarsi la vita, poi cercano un lavoro, vogliono ricominciare. Chi arriva qui insieme alla propria famiglia vuole metterla al sicuro, vivere normalmente, cosa che purtroppo non sempre poi succede”.

“Ma la verità – conclude Tiziana Bosco – è che spesso chi arriva qui da immigrato ha letteralmente perso la propria dignità. Può capitare, a chi arriva, di trovarsi in contesti che gliela fanno perdere definitivamente. Oppure può capitare loro di arrivare qui, dove almeno possono ricominciare a fare una vita normale e, soprattutto, tornare a sentirsi considerati appieno come esseri umani”.

 

0 0 1463 11 novembre, 2014 People novembre 11, 2014

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