SUL FRONTE DI EMERGENCY
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SUL FRONTE DI EMERGENCY

Il Polibus di Emergency è arrivato a luglio, con a bordo medici, infermieri, mediatori culturali. Al centro di accoglienza Umberto I di Siracusa quest’anno sono transitati centinaia di migranti, ma qui sul Polibus ci si ricorda di tutti quelli che sono stati visitati: nomi, volti e soprattutto storie. “Perché noi non ci limitiamo alla visita medica – ci raccontano -, ma chiediamo cosa li ha spinti alla traversata, come sono arrivati fin qui. A quel punto iniziano a raccontare e ci accorgiamo che potrebbero parlare all’infinito, tirando fuori storie terribili”.

 

Foto Simone Aprile

 

 

Susanna viene da Roma e fa il medico, mentre Rosalia da Palermo ed è l’infermiera di bordo. Con loro lavorano Giulia, siracusana, Daria, napoletana, e Khalid, arrivato da Casablanca, tutti mediatori culturali. In corsa si sono aggiunti Fattah, tunisino tuttofare, e Denis, friulano. Sono loro le anime del team di Emergency che dallo scorso mese di luglio opera al Centro di Accoglienza Umberto I di Siracusa. E in una delle estati più difficili degli ultimi anni, sicuramente la più drammatica di sempre su questa frontiera d’Europa, il rosso acceso del Polibus e il sorriso accogliente dei suoi capitani sono stati tra i segni più vivi dell’umanità che si incontra, solidarizza ed è ancora capace di offrire aiuto.

Nel bel mezzo di un centro d’accoglienza in cui in pochi mesi sono transitate centinaia di migranti, qui sul Polibus di Emergency non ci si ricorda di loro solo come numeri, ma come persone, nomi, volti, storie. “Quando arrivano qui per farsi visitare – racconta Daria, che è una delle mediatrici culturali – noi non chiediamo loro solo le generalità e qualche indicazione sul loro stato di salute: di solito chiediamo anche qualcosa di loro, del come e del perché sono arrivati qui. A quel punto succede sempre che cominciano a raccontare e vorrebbero non finire più”. Infatti a un certo punto, oltre alle visite mediche, hanno attivato un vero e proprio spazio di ascolto, il pomeriggio, grazie ad un giovane psicologo siracusano che si è offerto volontario, come tanti altri da quando Emergency è qui.

Non è la prima volta che arrivano a Siracusa: negli anni passati ci sono stati dei progetti stagionali a Cassibile, per i migranti, spesso ancora irregolari, che lavorano nelle serre. Ma con l’aumento del numero degli sbarchi, si è presentato un problema sanitario che ha reso necessario l’intervento del Polibus, le cui porte sono aperte tutti i giorni sia al mattino che al pomeriggio. “Un giorno alla settimana – spiega Daria – andiamo a Priolo, dove c’è un centro di accoglienza per minori non accompagnati. Per loro le cose sono più facili, perché pur essendo in molti (circa 120 bambini), di solito la loro permanenza dura più a lungo e siamo in grado di intervenire più facilmente. Inoltre adesso c’è l’idea di iscriverli tutti al Sistema sanitario nazionale, con l’assegnazione di un medico di base, in modo che poi possano essere seguiti ovunque. Qui invece, anche se il centro ha una capacità di soli 200 posti, ci sono sempre più di 400 persone e non sappiamo mai quando ripartiranno: spesso capita che prenotiamo per loro medicinali o visite specialistiche, ma il giorno dopo non ci sono già più”. Ovviamente i migranti che arrivano qui a Siracusa, come altrove, sono liberi di andare o meno sul Polibus per farsi visitare, ma gli operatori di Emercency ad ogni nuovo arrivo vanno nel centro per informare tutti delle possibilità che hanno: “Per ogni paziente facciamo una sorta di cartella clinica, che aggiorniamo se vengono fatte nuove visite. Se ci sono patologie particolari e visite specialistiche da fare, spesso li accompagniamo noi, ma li prepariamo anche all’eventualità di dover essere trasferiti altrove e spieghiamo loro come utilizzare la ricetta per farsi visitare in qualunque altro ospedale. Se veniamo a conoscenza del luogo in cui vengono trasferiti, comunichiamo al servizio centrale e alle Prefetture di riferimento la loro storia medica. In ogni caso diamo a tutti una tessera Stp, che dà diritto all’assistenza sanitaria ai migranti che sono ancora in attesa del permesso di soggiorno: noi non riusciamo a fare moltissima assistenza nel poco tempo che abbiamo, ma se comprendiamo che ci sono casi vulnerabili, in cui magari non sarebbero in grado di cavarsela

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da soli, cerchiamo di accompagnarli noi. Con i minori è più facile, perché di solito vengono affidati a dei tutori che si occupano di tutto”.

Le patologie con cui i migranti si presentano al Polibus, del resto, sono sempre le stesse: moltissime malattie della pelle, disturbi gastrointestinali e problemi ossei o muscolari dovuti soprattutto alla fatica del lungo viaggio. Se ci sono malattie infettive, come nel caso della tubercolosi, i medici segnalano il caso all’Asp che attiva i protocolli stabiliti, in attesa che la Protezione Civile installi, com’è già stato progettato, una tenda nel centro, per garantire l’isolamento e la cura di chi ne soffre. “Ma molti – racconta ancora Daria – arrivano qui solo con forme di depressione o ansia, non riescono a dormire e cercano aiuto per questo. Non è facile ascoltare tutti, anche se abbiamo sempre medici e infermieri volontari in aggiunta ai nostri, che ci aiutano ogni giorno. Ma è anche vero che il numero delle persone che arrivano cresce sempre di più, anche dopo l’inizio dell’Operazione Mare Nostrum e l’impiego della nave San Marco, che spesso arriva a raccogliere i migranti da più di un barcone, mandandocene qui diverse centinaia alla volta. La maggior parte di loro, purtroppo, ha passati terribili, storie di guerre e persecuzioni, di genitori o fratelli assassinati. E poi c’è il dramma della fuga, che molti hanno esigenza di raccontare, sin nei minimi dettagli: ci siamo accorti che il passaggio attraverso la Libia e, spesso, la detenzione nelle carceri libiche, è un’esperienza per tutti davvero traumatica”.

Qui sul Polibus tutti parlano inglese, francese e arabo e in questo modo riescono a capire e a farsi capire dalla maggior parte dei pazienti: “Ma spesso ci capitano persone che parlano solo dialetti africani, e allora ci tocca sperare che qualcun altro li capisca e parli almeno un’altra lingua, facendoci da interprete”. In questa “babilonia”, però, quello che si capisce senza dubbio è la voglia di prestare attenzione, di prenderci cura: “Nonostante abbiamo poco tempo, chiediamo a tutti quale sia la loro situazione familiare, i motivi per cui sono andati via, quali sono le loro aspettative in Europa”.

Naturalmente questi coraggiosi operatori non sono eroi indistruttibili e tutte queste ore trascorse qui dentro hanno un peso anche per loro: “Per l’intera giornata ascoltiamo storie di questo tipo e psicologicamente non è facile. A volte è addirittura impossibile non commuoversi, soprattutto davanti ai bambini, che spesso vengono qui e aspettano che i genitori vengano visitati, e fanno amicizia, e ci lasciano i loro disegni”.

Per fortuna la rete della solidarietà ormai è ampia e consolidata: “A Siracusa c’è una bellissima realtà. Ci sono medici e infermieri super disponibili che vengono ad aiutarci ormai costantemente da agosto. Altri ci aiutano con la mediazione o con la lingua, o semplicemente a mettere in ordine gli archivi, a fare la rassegna stampa. Tutto questo è sorprendente, ma la cosa più bella riguarda sempre i bambini: a Priolo, infatti, si è costituita un’associazione di volontari che si rendono disponibili a fare da tutori per i minori non accompagnati e sono così tanti che praticamente ce n’è uno quasi per ogni bambino. È questa la cosa più bella”.

0 0 2408 19 dicembre, 2013 People dicembre 19, 2013

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