LA PADRONA SI CHIAMA... MICHELA GIUFFRIDA,  IL VOLTO PIÙ AMATO DAI SICILIANI
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LA PADRONA SI CHIAMA… MICHELA GIUFFRIDA, IL VOLTO PIÙ AMATO DAI SICILIANI

Da quando era ragazzina ha lavorato in televisione e in radio. Oggi dirige il telegiornale di Antenna Sicilia e collabora con la Repubblica e l’Espresso. È un “capo” pignolo e pretenzioso, ma anche una donna semplicemente innamorata del suo mestiere. Che nel tempo libero ama occuparsi di sua figlia e del suo sport preferito: il poligono!

Foto Simone Aprile 

 

La prima volta che le capitò di sistemarsi di fronte ad una telecamera, fu per condurre un programma per bambini. Solo che i bambini avevano appena tre o quattro anni meno di lei.

Quello di Michela Giuffrida è, infatti, un volto noto ai siciliani sin da quando aveva 13 anni. Nel frattempo è diventata una professionista, la sua scrivania al terzo piano del grande palazzo di vetro de La Sicilia catanese racconta la storia di una donna in carriera, la sua firma è sinonimo di autorevolezza per i lettori di Repubblica e de L’Espresso, nelle sue giornate trova anche il tempo di fare la moglie e la madre, ma quando parla del suo lavoro gli occhi le sorridono come quando – c’è da immaginarselo – da bambina comunicava fiera e determinata ai suoi genitori che da grande avrebbe voluto fare la giornalista.

Direttore del telegiornale di Antenna Sicilia, dopo esserlo stato per anni a Telecolor, la Giuffrida ci apre le porte della redazione e ci fa immergere nel mondo che la risucchia, letteralmente, per tutte le ore della giornata: “Come tutti coloro che scelgono questo mestiere – conferma -, esco di casa la mattina senza sapere mai quando riuscirò a tornare la sera”. Ma lo dice senza peso, semmai con l’entusiasmo di chi ha fatto questa scelta per amore e la riconferma ogni mattina, come rinnovando una promessa di fedeltà eterna. “L’ho voluto con le unghie e con i denti – racconta -, da piccola la televisione era il mio hobby: giocavo a fare la conduttrice. Ho avuto la fortuna di avere un padre che, quando ha capito la mia passione, mi ha assecondata. Così a 13 anni sono finita a condurre quel programma per bambini. Nel frattempo ho lavorato in radio, dal momento in cui c’è stato il boom delle emittenti private e ho potuto sperimentare il primo vero approccio con il microfono. Ho sempre sentito che questo mestiere, questo ruolo, era il mio”. Così è iniziata la sua carriera e il talento ha incontrato, come si suol dire, le occasioni: “Molte persone hanno creduto in me e io ritengo di aver fatto davvero di tutto per guadagnarmi la fiducia ricevuta, per dimostrare di essere all’altezza. Ho avuto almeno tre importanti occasioni di andare via, per lavorare fuori e forse con maggiori prospettive di carriera: ma da catanese orgogliosa quale sono, ho scelto di restare e l’ho fatto senza rimpianti”.

Oltre alla televisione, non è secondario il tuo lavoro per la carta stampata, oltre che – ultimamente – per il web. Dopo aver provato tutte le esperienze, ritieni ancora che sia lo schermo il tuo “habitat naturale”?

Penso che ogni strumento abbia il suo appeal e in realtà non ne preferisco nessuno. Chiaramente sono nata con la televisione e ancora oggi non posso fare a meno di riconoscere il valore della sua immediatezza: questo strumento, peraltro, resta ancora la principale porta di accesso all’informazione da parte del grande pubblico. Con la carta stampata, invece, si riesce a raggiungere un pubblico diverso. Internet rappresenta il trait d’union tra le due cose. Nel nostro tg, per esempio, c’è sempre un servizio che pesca tra i social, che oggi rappresentano una delle migliori chiavi del nostro mestiere.

Penso che un giornalista completo sia un giornalista che riesca ad utilizzare tutti gli strumenti. Per me la riconversione da uno all’altro è automatica e automaticamente cambia il modo di rapportami ai parametri di scrittura. Ma se la domanda è cosa butterei giù dalla torre, direi il giornale, per tenere la televisione.

Un giornalista che voglia essere un buon giornalista, lo hai detto anche tu, oggi deve adeguarsi al potere del web. Qual è il tuo rapporto con i new media?

Penso che l’evoluzione sia necessaria. Allo stesso tempo, però, non bisogna confondere la comunicazione con l’informazione, bisogna dare alla gente i parametri per distinguere tra un blog e un sito di informazioni, tra un tweet e un lancio di agenzia: ognuno di questi messaggi ha un diritto di cittadinanza. In ogni caso la parola d’ordine è l’autorevolezza, cosa in cui credo moltissimo. Per questo sono molto esigente rispetto alla formazione e all’esperienza dei miei collaboratori.

Da redattore a direttore, come cambiano i punti di vista sul mestiere?

Posso dire di aver percorso un cammino abbastanza lungo, di aver fatto un cammino partendo dal basso. Andare avanti, dunque, vuol dire non dimenticare ciò che si faceva prima ed evolversi. Da un lato mi manca moltissimo la quotidianità, il fatto di uscire per cercare e raccontare le storie. Ma se prima portavo in onda un pezzo, oggi ne porto 14 per ogni edizione e questa è una grande sfida: qui dentro nascono ben tre telegiornali al giorno e ognuno passa attraverso un momento di confronto con la redazione. A me piace fare ogni giorno le riunioni con i collaboratori, come avviene di solito nei giornali, perché nella discussione nascono anche le migliori idee.

Donna e direttore, qual è il tuo rapporto con i collaboratori?

È noto che sono una persona pignola e pretenziosa. Inoltre dico sempre quello che penso, nel bene e nel male. I miei collaboratori hanno sempre il massimo delle lodi, quando fanno un buon lavoro, ma ricevono anche un feedback diretto e immediato se sbagliano un pezzo o se non sono sufficientemente scrupolosi. La soddisfazione è sentire moltissimi colleghi, che magari si sono spostati in altre testate più blasonate, ricordare il nostro lavoro insieme come si fa con un maestro dei vecchi tempi, e riconoscere il merito del metodo.

E invece quali sono stati i tuoi maestri e i tuoi modelli, a cui riconosci lo stesso merito?

Ho cominciato in una redazione in cui convivevano i corrispondenti dei più importanti giornali nazionali: era la Telecolor di Vittorio Corona, Guglielmo Troina, Nino Amante, tutte persone che mi hanno lasciato qualcosa, pur nel modo diverso di lavorare. Un grande con cui ho lavorato è stato Nino Milazzo, che poi è diventato vice direttore del Corriere della Sera.

Ogni giornalista conserva una mappa personale dei ricordi legati alla professione, non necessariamente coincidente con quella delle grandi storie che ha raccontato. Quali sono le tappe che citeresti?

C’è la piccola grande soddisfazione di aver fatto qualcosa di utile. Il caso più rilevante, a cui sono molto legata, è stato quello di Laura Salafia, la studentessa colpita da un proiettile davanti all’Università di Catania, che era rimasta per 16 mesi, quasi dimenticata, in terapia in un centro di Montecatone. Con orgoglio posso dire di essere stata la prima ad aver messo in luce l’assurdità di quel caso, ad innescare un circuito virtuoso e a determinare il fatto che lei potesse tornare ad essere curata a Catania, e poi ad avere una casa e un’assistenza adeguata. Allora ho realizzato un reportage che porto ancora nel cuore: poi la storia ha ottenuto la ribalta nazionale, è stata ribattuta da tutte le testate ed è cominciata la gara di solidarietà in suo favore.

Ma ricordo anche altri episodi, come quando ho smascherato Le Iene, che avevano inventato un falso milionario siciliano: io feci una trasmissione su questo e loro ammisero di essere stati scoperti.

In ogni caso trovo sempre utili tutte le trasmissioni che ci consentono di svolgere un servizio per i cittadini: spesso si scoprono cose che non vanno e si comincia a denunciarle. Adesso, grazie al web, è anche molto più facile, rispetto a prima, mettere in moto un circuito e scatenare una valanga.

Ogni giornalista ricorda anche almeno una storia che non avrebbe voluto raccontare…

In realtà questo vale per la maggior parte delle vicende che raccontiamo: spesso ci si ritrova personalmente a fare osservazioni come “Che vergogna” o “Che peccato” e molto più raramente si ha la possibilità di gioire. Potrei citare decine di omicidi, madri che ho visto piangere sui corpi dei figli morti, tutti i fatti cruenti e terribili che si sono verificati in questa terra: se ci si spoglia del vestito di giornalista, tutti questi diventano drammi che ti porti dietro.

Se e quando un giorno non sarai più direttore, di cosa vorresti continuare a scrivere?

Sono nata con la cronaca, ma devo dire che mi piacerebbe scrivere principalmente di politica. Che poi, in Sicilia, è un argomento che non annoia mai…

Raccontaci, a questo punto, di Michela Giuffrida quando è fuori dalla redazione…

Sono sposata e ho una “bambina” di quasi 18 anni. Col tempo ho imparato a puntare più sulla qualità che sulla quantità del tempo che riesco a dedicare alla mia famiglia: mi consolo così! Quando si è madre i sensi di colpa potrebbero vincerti, se nel frattempo stai facendo un mestiere che ami e nel quale credi: se ogni giorno devi scegliere tra preparare il pranzo e scrivere un pezzo, finisci per distruggerti! Se invece vivi questo lavoro con la consapevolezza che chi ti sta accanto e ti vuole bene sa che è una parte importante della tua vita, è tutto più facile.

Dicci, però, della donna Michela, quando non è professionista, né donna, né madre… Cosa fai quando hai un quarto d’ora libero?

Vado al poligono! Chiarisco subito che odio le armi, ma quello è uno spot eccellente per concentrarsi e soprattutto per misurarsi con se stessi. Un’altra mia grande passione è l’enogastronomia: mi piace sempre scoprire un buon cibo e un buon vino. Anche in questo caso, ovviamente, prediligo la qualità e non la quantità!

0 0 3671 19 dicembre, 2013 People dicembre 19, 2013

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