FABRIZIO PULVIRENTI ho vinto l’ebola ma non chiamatemi eroe
FABRIZIO PULVIRENTI ho vinto l’ebola ma non chiamatemi eroe
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FABRIZIO PULVIRENTI ho vinto l’ebola ma non chiamatemi eroe

È voluto tornare al lavoro solo quattro settimane dopo essere stato dimesso dallo Spallanzani di Roma, il 2 gennaio scorso. E ha già dato la propria disponibilità a ripartire (di nuovo) per la Sierra Leone, intorno a giugno, con la maglia rossa di Emergency. Questo è Fabrizio Pulvirenti, catanese di origine, medico all’ospedale Umberto I di Enna, il primo (e unico) italiano che ha contratto il virus Ebola e se n’è uscito vivo.

freetime 47 - fabrizio pulvirentiTutti noi abbiamo saputo del suo contagio tramite giornali, tv e siti web, a fine novembre. Ne abbiamo seguito il ricovero e la degenza fino all’inizio di gennaio, sperando che quell’infettivologo, ammalatosi in Sierra Leone mentre prestava servizio per l’organizzazione di Gino Strada, ce la facesse. E ci siamo rallegrati (con lui e con la sua famiglia: una moglie, due figlie) nel vederlo, in forma, sul palco del Teatro Ariston di Sanremo, mentre spiegava a milioni di italiani che cosa facesse in centro Africa, come volontario, nel tentativo di salvare le vite altrui, anche a costo di mettere a repentaglio la propria.

Ecco, dottor Pulvirenti, come mai ha voluto tornare a vestire subito il camice?
Perché dopo quattro settimane di convalescenza sentivo il bisogno di tornare tra i miei pazienti. Di avere un contatto con loro e con il mio lavoro di infettivologo. E il 4 febbraio sono tornato in servizio.

Davvero vuole tornare in Sierra Leone come volontario per l’ONG Emergency?
Ho dato la mia disponibilità a ripartire, sì. Pensavo di poterlo fare già ad aprile. Ma ci sono impegni promozionali per Emergency da seguire e non credo di poter partire prima di giugno. Per la Sierra Leone o per dove riterranno opportuno inviarmi.

Le sue magliette rosse sono rimaste là, bruciate.
Tutto è rimasto in Sierra Leone. I miei effetti personali, gli hard disk (con dentro almeno 5 anni di vita tra video, foto e documenti), la macchina fotografica, la videocamera, gli abiti, le valigie… Del contagio ha detto di non essersi accorto… Esatto. Anche per un medico non è facile accorgersi. Le occasioni di contagio sono molteplici, soprattutto fuori dalla zona rossa, dove stanno i pazienti. Tenendo conto che in Sierra Leone si vive immersi dentro Ebola.

Ancora oggi? Ma non se ne sente più parlare…
Purtroppo è così. E se è vero che l’epidemia in Liberia e in Guinea è stata risolta, sta ancora impazzando in Sierra Leone, soprattutto nelle aree rurali. Si riscontrano circa 80 casi a settimana. Ed è sempre mortale, almeno fuori dal centro di Emergency dove è stata allestita una struttura di terapia intensiva, sullo stampo di quelle occidentali.

Del contagio non si è accorto, ma quando ha cominciato a stare male, qualche sospetto lo avrà avuto…
Ho iniziato ad avvertire malessere nella notte tra il 21 e il 22 novembre. Lamentavo disturbi gastrointestinali (nausea, vomito e diarfreetime 47 - fabrizio pulvirentirea). Il giorno dopo, sabato, non sono andato al lavoro al centro di Lakka. Ci sono però andato la domenica, ma non ero in forma: non sopportavo il caldo umido. Così mi sono misurato la febbre: avevo 39,3°.Ho subito pensato che il termometro (a pistola, un termorilevatore, senza contatto) fosse guasto. Me ne sono fatto portare un altro: 39,4°. Allora ho contattato la mia coordinatrice, Gina Portella, chiedendo di sottopormi al test PCR. Cercando di non allarmare pazienti e medici del centro, l’ho fatto e me ne sono tornato a casa, chiudendomi nella mia stanza. Mi sono messo a letto e mi sono addormentato. Nel pomeriggio della domenica, Gina, mi chiama da fuori stanza. E capisco che la cosa è strana… Apro la porta e mi sento dare la notizia della mia positività al virus.

Scusi la banalità della domanda, ma cos’ha provato in quel momento?
Non ho tremato. Non mi sono terrorizzato… Ricordo di essere indietreggiato e di essermi seduto sul letto. E il pensiero è subito andato alla mia famiglia. Poi ho pensato a dove curarmi da questa malattia mortale: restare lì o tornare in Italia? E di fronte all’ipotesi che potessi morire, ho pensato alle difficoltà che avrebbero avuto i miei famigliari a rimpatriare la mia salma…

È rimasto sempre lucido?
Sì, sì. Fino al 27/28 novembre… Anche quando mi hanno caricato sull’aereo dell’Aeronautica militare che è venuto a prendermi a Freetown il martedì successivo.

E a casa come l’hanno presa?
Ho cercato subito di proteggere la mia privacy, per tutelare mia madre. E quasi tutti i giornalisti, fortunatamente, hanno mantenuto una certa discrezione. Il 25 novembre sono atterrato a Roma. Allo Spallanzani mi hanno portato uno dei cinque farmaci sperimentali, un antivirale giapponese, somministrandomelo con sei dosi maggiori del normale. Ho perso la “connessione” dopo la prima trasfusione di plasma in arrivo dalla Spagna. Il giorno dopo è cominciato il torpore tipico della malattia, tanto che rifiutavo le telefonate di mia sorella, delle mie figlie (Norma di 20 anni e Anastasia di 19), della mia compagna. Da lì, il vuoto. Non ricordo nulla: ho un buco di almeno 10 giorni… che poi mi hanno raccontato medici e infermieri.

E le notizie alla sua famiglia chi le dava?
I colleghi dello Spallanzani avevano un contatto diretto con la mia famiglia. Io no, purtroppo. E so che per loro sono stati momenti drammatici, di grande paura.

Nessuno mai le ha rimproverato: “Ma chi te l’ha fatto fare”?
Sì, certo. Anche, anzi soprattutto, in famiglia. Ma non è quello che mi ha dato fastidio. Ad avermi ferito sono state alcune frasi lette su qualche blog. Del tipo: “Se l’è cercata. Stia in Africa, se gli piace tanto”. Senza capire che quello che succede in Africa, in qualche modo ci riguarda. Perché con un salto può arrivare da noi. Ma non con i barconi, come qualche idiota incompetente vuole far credere.

Da dove nasce l’amore per l’Africa?
Mi sono “innamorato” dell’Africa e delle malattie infettive quand’ero all’Università di Catania. Io ho scelto di fare l’infettivologo per passione. Fin da studente di medicina avevo il sogno di occuparmi di malattie infettive: malaria, meningite, tubercolosi… E quando Emergency, per la quale presto servizio da circa due anni, mi ha proposto di andfreetime 47 - fabrizio pulvirentiare in Sierra Leone a occuparmi di Ebola, ho immediatamente detto sì.

Chi o cosa le manca di più della Sierra Leone?
Un po’ tutto e tutti… A cominciare dalla coordinatrice Gina Portella. Ma ho legato molto, umanamente e professionalmente, con una collega di Torino, Elena Giovanella. Ci si prendeva in giro amabilmente: io la chiamavo “Piemontese”, lei mi chiamava “Borbonico”.

E tra i locali?
Ricordo con grande affetto un bambino: Momoh, di 5 anni. Malato di Ebola. L’ho conosciuto già nei miei primi giorni di servizio. Me l’hanno portato al centro con la madre. Che gli è morta davanti, prima ancora che potessimo visitarla, nell’area del triage. Da allora lui è diventato il bambino di tutti, la nostra mascotte: aveva una fame di affetto enorme, cercava sempre abbracci e nostri sorrisi. Lui si è salvato, fortunatamente. E quando se n’è andato dall’ospedale di Emergency è stato un giorno di festa e un po’ anche di tristezza.

Ma da cosa nasce Ebola?
Ebola è, in termini tecnici, una zoonosi, cioè una malattia infettiva che può essere trasmessa dagli animali all’uomo. I dati a disposizione fanno pensare che in questo caso il virus venga dai pipistrelli della frutta. Se, e parlo soprattutto del sud est africano, (territorio ricco di materie prime e foreste), noi occidentali ci mettiamo a disboscare foreste e habitat animali, costringiamo la fauna selvatica ad avvicinarsi ai centri abitati. E con la fauna arrivano anche le malattie. Tra queste, appunto, Ebola (che prende il nome da un fiume della zona). Di cui i primi casi si sono registrati nel 1976 tra le popolazioni rurali di qualche villaggio. Comunque l’uomo ha una certa dose di responsabilità nella diffusione del virus, che si trasmette per contatto cutecute con elevatissimo grado di contagiosità.

Tornando in Italia, quando ha capito di essersi salvato, di aver vinto il virus?
Quando dalla terapia intensiva dello Spallanzani mi hanno riportato in camera, qualche giorno prima di Natale. Lì ho capito. E non ho più avuto dubbi.

E qual è la prima cosa che ha fatto una volta rientrato a casa?
Ricordo che da Roma, a inizio gennaio, dovevo atterrare a Catania. L’Etna mi è venuta in aiuto… Cenere e fumo hanno costretto l’aereo ad atterrare a Comiso, dove mia sorella è venuta a prendermi, nel più completo anonimato, evitando la ressa di giornalisti che sapevo mi stavano aspettando a Catania. Comunque la prima cosa che ho fatto è stata una doccia, poi una lunga e commovente chiacchierata con i miei, condita da un’abbuffata di dolci: cannoli e cassate.freetime 47 - fabrizio pulvirenti

Ha tenuto un diario della sua “avventura”?
Ovviamente sì.

Ma davvero vuol tornare in Sierra Leone?
Io ho dato la mia disponibilità a partire… Anche se mi auguro di non tornare, perché significherebbe che l’epidemia è stata vinta.

Ha fatto già una donazione del suo sangue per le cure?
Sì: ho donato 650 ml di plasma, allo Spallanzani. Da questa donazione si preparano tre sacche terapeutiche. So anche che le donazioni di plasma dei sopravvissuti di Ebola stanno per partire anche in Sierra Leone, grazie a un progetto della Cooperazione britannica. Quella del plasma è la terapia più vecchia per vincere il virus. E probabilmente è la più sicura e la più efficace.

Alle sue figlie consiglia di lavorare per Emergency?
Norma e Anastasia studiano lingue e potrebbero fare le interpreti… Ma da padre non le spingerò ad andare dove c’è Ebola. Certamente consiglierò loro di farsi un’esperienza di cooperazione, perché farla cambia il tuo sguardo, la tua prospettiva sul mondo, sugli altri e su te stesso.

Fare solidarietà è importante?
Assolutamente sì, per me. L’ho fatta sin da giovane a Catania. E ci sono tanti modi per farla, in modo diretto o indiretto. Basta non confondere il volontariato con il volontarismo. Chi vuol partire, lo faccia con le grandi ONG che operano nei Paesi del Sud del Mondo e hanno un apparato logistico in grado di provvedere a tutto, emergenze comprese.

 

Foto Lorenzo Sammito

0 0 1112 16 giugno, 2015 People giugno 16, 2015

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