IL SUPERGEMELLAGGIO NATURALE DI CARLO E FABIO INGRASSIA
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IL SUPERGEMELLAGGIO NATURALE DI CARLO E FABIO INGRASSIA

 

La natura ha fatto loro il grande regalo d’essere uno mancino e l’altro destrorso: così possono lavorare insieme alla stessa opera, addirittura incontrarsi insieme nello stesso punto. La loro ricerca è come una gara all’ultimo sangue, ma i loro risultati sono impeccabili. “Fatti a regola d’arte”, come amano dire loro, regola a cui sono stati educati da un papà falegname con il culto del bello.

Foto Francesco Lucifora

Piero Guccione ha parlato del loro “supergemellaggio naturale” come di “una gara all’ultimo sangue, con la lontana freddezza dell’elemento fotografico ossessivamente ricercata, che ne fa un misterioso veicolo di verità”. “Le loro meravigliose immagini sembrano nate per magia – ha detto pure della loro “simbiosi” Sonia Alvarez -, invece è artificio sublime, mille volte pensato, misurato, lisciato, che arriva alla perfezione della nauta”. Carlo e Fabio Ingrassia “aggiungono carne” ai loro disegni – “vita come sequenza che immobilizza e si monumentalizza”, ne ha detto Paolo Nifosì -, man mano che aggiungono tensione al loro lavoro a quattro mani, che esiste solo in quanto frutto di un contemporaneo sfidarsi, incontrarsi, accordarsi e perfezionarsi a vicenda, sorprendente miracolo reso tecnicamente possibile dal fatto che uno è mancino è l’altro destrorso: così la natura ha voluto produrre la bellezza di un nuovo esperimento, regalo impagabile per chi ha la fortuna di ammirarne il risultato.

Nati 29 anni fa a Catania, dove si sono diplomati in grafica pubblicitaria all’Istituto d’arte e poi laureati in scultura presso l’Accademia di belle arti di Catania, non hanno mai voluto lasciare il rifugio che è contemporaneamente la loro camera, lo spazio delle fasi diurne – rumorose, musicali – e notturne – silenziose, cupe – del loro lavoro, la galleria privata delle loro opere: un luogo dove si perdono le coordinate del tempo e dello spazio e dove, chiusa la porta, sembra si possa perdere il contesto e il senso della sua relatività, cominciando a contare le stagioni al ritmo dei fiumi di parole scritte ogni giorno da Carlo in decine di fogli di carta incidentali dove cattura “parole trovate”, o delle note che Fabio scioglie sulle sue chitarre da collezione. Oppure – soprattutto – della ricerca ininterrotta dei loro pastelli.

Una ricerca che si avvale dei soli grigi, che conservano e restituiscono tutti i colori attraverso la saturazione e le velature: “Crediamo infatti – spiegano, come già hanno spiegato nella loro tesi di laurea, poi divenuta il libro “Storia di un quadro” – che il colore sia un elemento accidentale quanto la luce e la prospettiva. Per grammatiche dei grigi intendiamo il colore puro. Il riflesso luminoso delle superfici indebolisce il colore, quindi il colore è puro solo se opaco”. Per lungo tempo si sono cimentati – e sono riusciti – nel tentativo di rivoluzionare col disegno l’approccio alla scultura, facendo sì che fossero gli oggetti a nascere dalle ombre, e non viceversa: “Se manteniamo il sogno nella memoria, se oltrepassiamo la collezione dei ricordi, la casa perduta uscirà dall’ombra a poco a poco”, spiega il suggestivo titolo di una delle loro opere più conosciute.

Ciò che sorprende è la maturità di questa ricerca e l’autonomia di questi risultati, a fronte di un’età così giovane degli autori. Carlo e Fabio vi hanno fatto approdo da soli e proseguono per la loro strada, senza farsi ingabbiare in tendenze, senza lasciare intuire ascendenze. Sul loro tavolo da lavoro spuntano testi su De Chirico e Antonello Da Messina, nelle loro parole sfiorano un riferimento ai dipinti delle grotte di Lascaux, ma l’unica autentica e quasi ancestrale ispirazione di cui raccontano, è quella di essere cresciuti con lo sguardo educato da un padre falegname, nutriti dalla devozione per il lavoro artigianale fatto “a regola d’arte, e proiettati all’aspirazione di una bellezza impeccabile: “I primi esempi di lettura elementare delle forme li abbiamo appresi attraverso il gioco, con la costruzione di forme e l’osservazione diretta della natura ogni qual volta la fantasia creatrice esercitava liberamente. Nostro padre ci indicava ed educava alla ricerca del ben fatto che è stata sempre tra le nostre prerogative e che tutto, nel lavoro, dipendeva dalla intensità qualitativa dello sguardo che ognuno di noi ha e che con il passare del tempo si è via via organizzata attraverso la conoscenza, l’affinamento strutturale e culturale“. Carlo dice scherzando di non credere al bambino col bernoccolo in testa, al talento – insomma – in sé e per sé: questi due fratelli credono piuttosto alla dedizione dello studio, quella che sin da bambini li portava a estraniarsi dai giochi, a restare in casa a studiare, pur senza mai limitarsi a forme d’apprendimento didascaliche e ricercando piuttosto il confronto con le esperienze, la sostanza della vita, per soddisfare quella che appare come una vorace curiosità.

Il loro rapporto personale, sostanzialmente simbiotico eppure tutt’altro che fluido, spesso complementare e conflittuale, è una speciale declinazione della singolarità del doppio: “Ma tra noi c’è più collaborazione e completamento che guerra e compromesso, anche se la competizione ci ha permesso di raggiungere la dinamicità nella costruzione delle forme. È un processo che si sviluppa continuamente, non solo quando disegniamo. Si innescano sempre tra noi meccanismi di superamento dell’altro”. Tutto questo ha fatto di loro un solo artista, con cui tutti hanno dovuto imparare a fare i conti, sorprendendosi, sin dai tempi dei primi studi. “In realtà non ci piace parlare di originalità, ma di originarietà dell’opera – spiegano, completandosi i concetti l’un l’altro, come d’abitudine -. Si parte sempre, non si arriva in mai”. “In realtà all’inizio, in Accademia, ognuno produceva i propri lavori – ricordano -, ma notavamo che le nostre strutture del segno mancavano di qualcosa”: quella di Carlo più contrastata e solarizzata, quella di Fabio più sfumata e vellutata, solo dall’incontro dei due codici le immagini sono infine arrivate allo stato di natura così a lungo inseguito. “Uno stato dove l’opera riposi”, così lo immaginano e lo cercano loro. Le opere di prima, quelle dell’Accademia, dove compaiono già i primi studi di disegno-scultura – c’è, per esempio, un progetto sui busti di Villa Bellini, su carte in disuso, provate e riprovate fino a individuare le filigrane perfette -, li hanno chiusi in fodere di cartone e non le vogliono guardare più. E non si tratta solo di rifuggire da quelle pratiche accademiche che sempre paralizzano l’istinto: è piuttosto che loro attribuiscono la formazione artistica ad incontri preziosi che hanno determinato processi di addizioni e sottrazioni. “I nostri maestri – confermano – sono quelli che ci hanno saputo ascoltare, incoraggiare, stimolare e governare quel processo intuitivo che porta a una soluzione inaspettata. L’arte nasce dall’obbedienza, ma senza mai dimenticare quella finezza di progettazione e di realizzazione che viene da un grande e prezioso patrimonio di esperienza”.

C’è una tale carica concettuale in ogni loro segno, che viene da chiedersi quanto resti

dell’istinto proprio dell’artista, alla fine di così tanta scientificità: “Non lo sappiamo mai, non abbiamo certezze. Sembriamo chiari, ma non è così. I nostri ruoli non sono mai individuali, ma individuati. Il ruolo che ognuno di noi assume è diverso da immagine a immagine. Paradossalmente, in questo senso, potremmo definirci degli irresponsabili: procediamo dal buio, perché dobbiamo costruire ogni volta una grammatica del linguaggio completamente nuova”. Sarà anche per questo che, scherzando, si lamentano di essere sempre più lenti nel produrre le opere. È tutta una questione di ordine, secondo Carlo e Fabio: “Il disegno manca di segno, le superfici monocrome devono essere velate, sospese: nessuna impurità rimane, tutti gli oggetti della realtà vengono convertiti e assorbiti in questa patina che chiamiamo patina dei maestri”. E non sono d’accordo chi definisce “fotografico” il loro lavoro: “Il gesto signico – spiegano – non può essere definito fotografico, non lo è mai stato il disegno, non lo è la pittura, non lo è la scultura e persino la buona fotografia non è mai stata fotografica: essa infatti è una testimonianza meccanica irrecusabile, essa evidentemente altera la verità”. La verità, loro dicono, non può stare nell’atto di fermare l’immagine, perché in realtà il tempo non si è mai fermato: “Avete mai visto i cavalli di Géricault?I cavalli che lottano tra di loro in una scuderia. L’artista è in grado di condensare in una sola immagine più movimenti ripartiti nel tempo. Bergson afferma che ‘lo spirito è una cosa che dura’ ma è la nostra durata che pensa, che sente, che vede”.

 

0 1 2702 02 luglio, 2014 Arte luglio 2, 2014

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