LO SPOSO ITALIANO
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LO SPOSO ITALIANO

Giuseppe Catanzaro, 22 anni, catanese, lo scorso 27 giugno ha sposato Sean Kirkpatrick, 30 anni, membro della US Navy in servizio a Sigonella. Si sono sposati a New York e il loro è stato il primo matrimonio gay tra persone di diversa nazionalità celebrato dopo l’abolizione del Doma da parte della Corte suprema americana. A novembre – hanno già deciso – andranno a vivere in America.

Foto di Lorenzo Sammito

Quando Giuseppe Catanzaro si trasferirà definitivamente a New York, il prossimo inverno, sarà riconosciuto dagli Stati Uniti d’America come lo sposo di un cittadino americano e anche lui potrà essere considerato tale. Insieme potranno cominciare il futuro che hanno sognato, sicuri di poter vivere in un Paese che ha finalmente smesso di negare i diritti federali alle coppie dello stesso sesso, e con essi la possibilità di costruire un progetto di vita. Giuseppe sarà il primo “straniero” a ottenere il riconoscimento di questo tipo di diritto di cittadinanza da parte del Governo federale. Il matrimonio tra lui e il suo compagno, Sean Kirkpatrick, è stato infatti il primo matrimonio tra gay di diversa nazionalità celebrato negli Stati Uniti, il giorno dopo l’abolizione del “Doma”.

Sono molti i casi come quello di Giuseppe e Sean, di coppie gay che per anni hanno visto limitati i propri diritti dal “Defense of marriage act”: la Corte Suprema, dopo 17 anni, ha votato per abolirlo proprio perché negava le pari libertà delle persone, protette dal Quinto Emendamento. “Ci siamo battuti per due anni”, racconta Giuseppe, tornato nella sua Catania con la fede al dito e la felicità negli occhi: “Sapevamo che la Corte Suprema avrebbe deciso alla fine di giugno. Così abbiamo programmato il nostro viaggio a New York e ci siamo sposati nemmeno 24 ore dopo l’abolizione del Doma. Adesso ho inviato tutti i documenti per richiedere la green card e, appena arriverà, ci trasferiremo definitivamente in America”.

Giuseppe e Sean si sono conosciuti nel dicembre del 2011, a Catania. Giuseppe studiava medicina all’Università e aveva iniziato da poco un intenso attivismo nel Partito Democratico e nel mondo dell’associazionismo, tra le altre cose proprio per la difesa dei diritti degli omosessuali. Sean era arrivato a Sigonella nel mese di ottobre, con una missione Nato e il compito di controllare il traffico aereo per conto della US Navy: aveva deciso di prendere casa fuori dalla base, a Paternò, per conoscere meglio quella Sicilia “di cui tutti gli americani sono innamorati”. Nessuno dei due aveva, insomma, alcuna intenzione di intraprendere relazioni stabili, tanto più che Sean sapeva bene che sarebbe rimasto in Italia solo per due anni e che se si fosse trovato un fidanzato avrebbe dovuto affrontare le complicazioni del Doma, battaglia che non aveva alcuna voglia di intraprendere. Ma il corso della vita, si sa, non sempre tiene conto dei nostri piani. E così quello che doveva essere un incontro occasionale, nato a seguito di una conoscenza in chat, è diventato l’inizio di una storia d’amore destinata a sfidare tutto e tutti, prima di giungere a questo lieto fine.

Giuseppe – ricorda Sean – è stato la prima persona che ho conosciuto in Italia: fino a quel momento la mia esperienza qui si era ridotta a una serie di disavventure, come perdersi fra le stradine in campagna senza benzina e senza indicazioni! Intendevo conoscere persone che parlassero sia in inglese che in italiano, perché avevo voglia di impararlo: ma ho incontrato lui, che parla benissimo in inglese e non mi ha insegnato nulla della sua lingua!”. La curiosità personale e una certa passione per le lingue e le culture straniere avevano spinto Giuseppe a imparare l’inglese, sin da piccolo, più che altro da autodidatta: “Quando ho incontrato Sean in chat – racconta – l’ho trovato una persona intelligentissima: siamo stati subito attratti l’uno dalle parole dell’altro. A dicembre abbiamo deciso di incontrarci e ci siamo visti per la prima volta a Catania, in piazza Duomo. Abbiamo fatto una lunga passeggiata in centro, siamo arrivati fino al lungomare: abbiamo subito avvertito che fosse possibile una conoscenza che andasse oltre l’amicizia”. Giuseppe ricorda che appena pochi giorni dopo, la notte di Natale, si sono detti per la prima volta “ti amo”: “Non ci è sembrato prematuro, era effettivamente quello che provavamo l’uno per l’altro. Io a casa avevo molti problemi con i miei genitori, ai quali avevo dichiarato la mia omosessualità a 18 anni, senza ottenere mai un’accettazione da parte loro. Sean mi ha proposto di trasferirmi a casa sua a Paternò e io l’ho fatto nel mese di gennaio:da allora è iniziata la nostra convivenza”.

Mi sono innamorato di Giuseppe molto velocemente – confessa Sean – e ho cercato subito di avere notizia circa i processi di immigrazione, per capire cosa potevo fare per portarlo negli Stati Uniti. All’inizio avevo pensato di richiedere un prolungamento del mio mandato in Sicilia, poi, parlando con persone coinvolte in casi simili al mio, ho capito che il Doma sarebbe morto presto”. È stato in quel momento che Sean ha iniziato a pianificare il momento di chiedere a Giuseppe di sposarlo: “Volevo che fosse tutto perfetto. A luglio c’era il World Pride a Londra e abbiamo prenotato il viaggio. Dopo la manifestazione, siamo andati a fare una passeggiata a Westminster e, in riva al Tamigi, ho tirato fuori l’anello che avevo comprato per fargli la mia proposta di matrimonio”. Giuseppe, manco a dirlo, gli ha detto subito di sì.

Da quel momento, è iniziata la battaglia di Sean per portare Giuseppe in America come suo marito. Con le complicazioni di non essere solo un semplice cittadino americano intenzionato a sposarsi oltreoceano, ma di essere un militare della Marina americana, che in questi casi deve chiedere l’autorizzazione al Capitano della propria base: “Una richiesta di matrimonio deve passare attraverso diverse autorizzazioni. Per una coppia eterosessuale, di solito, l’ok arriva in una settimana. Io ho aspettato tre mesi! Ho presentato la mia con una clausola condizionale, cioè in modo che fosse assoggettata alla effettiva abolizione del Doma. Nonostante questo, tutti i miei superiori l’hanno negata. Ho cercato molti contatti negli Stati Uniti, direttamente a Washington presso i vertici delle Forze Armate. All’ultimo momento il mio Capitano ha trasformato il suo no in un sì”. Sean aveva già cercato tutti i casi legati al Doma che erano all’attenzione della Corte Suprema e aveva verificato che la decisione sarebbe probabilmente arrivata alla fine di giugno: così ha deciso di pianificare il viaggio a New York con Giuseppe, per il loro matrimonio, intorno a quella data. “Abbiamo pianificato tutto già nel mese di marzo. Siamo arrivati a New York il 25 giugno – racconta Giuseppe – convinti che la decisione sarebbe arrivata il 27. Invece un giorno prima, mentre passeggiavamo sulla Quinta Strada, Sean ha guardato le notizie sul cellulare e ha letto che la Corte aveva già deciso. E’ stata una sorpresa: dopo due anni la nostra battaglia era finita, ci siamo trovati abbracciati a piangere di felicità in mezzo alla strada!”.

Il giorno dopo è stato il gran giorno: Sean con la sua divisa e Giuseppe con un abito acquistato per l’occasione, sono entrati al Marriage Bureau di New York in compagnia di un unico testimone, un caro amico, e ne sono usciti con la fede al dito: finalmente sposi. “E’ stato tutto perfetto”, racconta Giuseppe, entusiasta. E anche il resto del viaggio a New York è stato formidabile: “Il giorno dopo Sean è stato invitato allo Stock Exchange per partecipare alla classica cerimonia del Ring the bell, che segna la chiusura giornaliera delle borse. E il giorno dopo ancora siamo stati invitati a sfilare al Gay Pride di New York, dove abbiamo incontrato anche Edie Windsor, la donna che ha sollevato il problema del Doma, iniziando il percorso che ha portato alla sua abolizione”.

Per Giuseppe e Sean si tratta di un grande sollievo e dell’inizio di una vita insieme, che ha tutte le premesse per essere davvero felice: “Per molto tempo non abbiamo saputo se c’era davvero la possibilità di un futuro stabile negli Stati Uniti. Abbiamo cominciato anche a pensare a soluzioni alternative in Europa, o a stare separati per un po’. In ogni caso sapevamo che volevamo stare insieme e che lo avremmo fatto a qualunque costo. Adesso che ho la sicurezza di poter essere riconosciuto come suo marito, non mi pesa nemmeno la decisione di andare a vivere oltreoceano: sono una persona molto aperta e so che lì potrò riprendere i miei studi in un college e realizzare anche il sogno di diventare medico”.

Giuseppe, che ha sfidato per anni la disapprovazione dei suoi genitori e le latenti discriminazioni di cui ancora gli omossesuali sono vittime in Italia, pensa che anche nel nostro Paese ci sia bisogno di forti segnali legislativi: “In Italia evitiamo di scambiarci gesti d’affetto in pubblico: in Gran Bretagna o a New York normalmente possiamo camminare mano nella mano senza sentirci a disagio, qui no. Tuttavia io credo che l’opinione pubblica italiana in merito all’omosessualità sia molto più avanti della politica, spesso vincolata ad interessi specifici degli ambienti clericali. Anche qui, come altrove, le associazioni LGBT, dovrebbero organizzarsi per essere in grado di svolgere un lavoro di lobbying. Io per molti anni ho svolto attività politica nel Partito Democratico e sono stato un attivista Arcigay per portare avanti queste cause: ma mi rendo conto che i cambiamenti, se mai ci saranno, arriveranno tra molti anni. Così ho deciso di mettere al primo posto la mia vita e la mia famiglia”.

Ma l’attivismo è senza dubbio uno dei consigli che Giuseppe e Sean danno soprattutto ai giovani omossessuali italiani, e siciliani in particolare: “Noi abbiamo sfidato un sistema e siamo riusciti a ottenere un cambiamento di un aspetto fondamentale della vita politica e militare americana. In futuro una persona come Sean, che chiederà la stessa autorizzazione che ha chiesto lui, ci metterà una settimana ad averla anziché tre mesi. E’ fondamentale il coinvolgimento dell’opinione pubblica nel far capire che abbiamo bisogno di uguali diritti. Inoltre è importante non avere paura di dichiarare la propria omosessualità. Io sono stato costretto a farlo, perché la mia migliore amica l’aveva scoperto e non volevo che i miei genitori lo sapessero da altri.Per chi vive in una realtà piccola è importante non nascondersi, qualsiasi siano le situazioni. In ogni caso è importante vivere le proprie relazioni con serenità. La nostra storia dimostra che mettendo sempre l’amore al primo posto, si possono raggiungere risultati importanti per sé stessi e per gli altri”.

0 2 5655 16 ottobre, 2013 People ottobre 16, 2013

2 comments

  1. Óscar

    Ciao Concetta, mi sembra uno articolo veramente interesante e positivo. Sono spagnolo e qua fortunatamente i gay possano sposarsi dal 2005, questo diritto è stato positivo e tante coppie hanno potuto diventare coppie di fatto oppure sposarsi. Spero che questo sará possibile in Italia e a tutta l’Europa in pocchi anni, perché l’amore dovrei essere possibile in tutte forme.Purtroppo sono single ma ho la speranza di sposarmi qualque giorno. Approffito l’ocasione per dire tanti auguri a questa coppia Giuseppe e Sean. e un saluto grande per te Concetta. Oscar.

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