ANDREA PASSANISI: “LA TERRA CI SALVERÀ”
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ANDREA PASSANISI: “LA TERRA CI SALVERÀ”

Suo nonno impiantava vigneti, suo padre accudiva limoneti, lui ha deciso di sperimentare la coltivazione dell’avocado. Ed è l’unico in Sicilia ad aver scoperto che qui – tra le campagne di Giarre, dove la sua famiglia ha sempre tratto la propria fortuna dalla generosità della terra – il frutto tipico del Messico, che Hemigway considerò il cibo degli dei, cresce meglio che altrove. E a farne la storia di un giovane successo imprenditoriale.

 

Foto di Lorenzo Sammito

Ernest Hemingway definì l’avocado “un cibo che non ha rivali tra i frutti, il vero frutto del paradiso”. E c’è da dire che quando ne parlò, lo fece senza conoscere il sapore dell’avocado che cresce a Giarre, all’ombra dell’Etna che lo nutre con sorgenti d’acqua pura e affacciato sul mare che da questi terreni di contrada Leonardello sembra così vicino e blu da poterlo toccare semplicemente tendendo le dita. Lo conosce bene invece Andrea Passanisi, che tra questi terreni è cresciuto nutrendosi dei saperi di suo nonno, che qui aveva iniziato a impiantare i propri vigneti, e di suo padre, che aveva scelto invece di farvi crescere distese di limoneti: quand’è toccato a lui, pur continuando gli studi di giurisprudenza che solo la stesura della tesi lo allontana dal concludere, ha voluto cambiare tutto e lanciarsi in una sfida nuova. E oggi, che ha solo 29 anni, può già dire di aver vinto la scommessa di fare dell’avocado “made in Sicily” un prodotto di qualità, ricercato in mezza Europa. “Questa terra ha vissuto e racconta la storia di tre generazioni – spiega Andrea -, che rappresentano anche tre idee e tre visioni differenti di come coltivarla, accomunate tuttavia da tanto tempo e sacrificio”.

D’accordo che era necessario immaginare una riconversione, ma come ti è venuto in mente proprio l’avocado?

Non è una pianta autoctona, ma è dimostrato che si sposa in modo perfetto con le caratteristiche ambientali. Qui a Giarre e in pochi altri posti della Sicilia, le condizioni dei terreni sono quelle ideali per ottenere risultati eccellenti. Al momento coltiviamo due varietà che ci consentono di coprire gran parte delle stagioni, ma pensiamo di differenziare ancora e arrivare a coprire tutto l’anno.

Partendo da zero, quanto tempo ci vuole per diventare esperti in una coltura completamente nuova?

Un po’ per necessità e un po’ per passione, si impara. È sempre così quando si hanno obiettivi ambiziosi. Inoltre con l’aiuto di tecnici e professionisti esperti si fanno le scelte giuste e si ottengono i risultati migliori.

E hai imparato anche a cucinarlo?

Diciamo che con mia madre abbiamo fatto parecchi esperimenti! Essendo sia un vegetale che un frutto, si presta ad un utilizzo particolarmente versatile. Personalmente lo consiglio con la pasta oppure in pastella, oppure ancora col tonno, un pizzico di pepe nero e succo di limone.

Tutto questo è un modo per dire che alla crisi si resiste con la fantasia?

Certamente. La crisi non giustifica l’inerzia e tutti dobbiamo darci una mossa, spremerci le meningi e puntare su idee fattibili e potenzialmente efficaci. È chiaro che qui la coltivazione dei limoni non rendeva più come un tempo, che gli anni dell’oro giallo sono ormai parecchio lontani. Allora mi è venuta questa idea da un viaggio in Brasile e in men che non si dica ci siamo messi a sperimentarla. È chiaro che ci vuole tanta pazienza, ma se tieni sempre di fronte a te i tuoi obiettivi sei spinto a perseverare. La parola d’ordine è lungimiranza, perché sai che quando lavori in campagna ciò che semini oggi lo raccoglierai tra qualche anno. Ma oggi l’azienda è già cresciuta moltissimo ed esportiamo quasi il 100% delle nostre produzioni in Francia, Svizzera, Belgio, Polonia.

Ma perché si dovrebbe scegliere il tuo avocado piuttosto che quello messicano?

Parliamo di una coltura biologica: questo significa non solo rispetto per il terreno e la natura, ma anche per il cliente. Basti pensare che qui raccogliamo manualmente, portiamo il prodotto in magazzino, controlliamo minuziosamente tutti i frutti e poi confezioniamo a mano prima di spedire (e non va sottovalutato che i tempi di trasporto notevolmente inferiori consentono di conservare una migliore qualità). Tutto questo, quando arriva nelle mani del consumatore, si sente!

Va bene l’esportazione, ma hai pensato di educare italiani e siciliani a mangiare più avocado?

Certo, sto studiando il mercato anche perché è un peccato che non si conosca adeguatamente un prodotto autoctono che ha tutte le caratteristiche di una vera eccellenza. Molto dipende anche dalla grande distribuzione, ci vuole tanta pazienza anche in questo caso ma ce la faremo: anche perché, già dal nome, è evidente che sto cercando di dare una identità forte al nostro prodotto.

La tua giornata tipo?

Io mi occupo principalmente del lavoro commerciale, ma se c’è bisogno di mani sono sempre il primo ad essere disponibile!

Ma, al di là della tradizione familiare, che valore ha per te il rapporto con la terra?

In realtà dalla mia famiglia ho ereditato un amore, una passione: se questo poi si può trasformare in una vera e propria professione che ben venga, come per tutte le passioni! Io ho ricevuto davvero tanto da mio padre, che mi portava qui per la raccolta dei limoni sin da quando ero piccolissimo. Ora lui stesso si è gradualmente reso conto che ho acquisito sempre più conoscenze e competenze e mi ha affidato tutto, anche se quando viene qui a darmi una mano continuo a considerarlo un faro e una guida: forse ho molti limiti, ma nell’ascoltare e nell’imparare non ne avrò mai. E poi, quando cammino tra questi campi provo la stessa sensazione che si prova ascoltando musica sotto la doccia: di assoluto benessere.

E che valore dovrebbe avere, più in generale, la terra per i siciliani?

È chiaro che la vocazione della Sicilia è prettamente agricola: con la terra ci si potrebbe salvare, soprattutto provando – come si fa qui – a coniugare tradizione e innovazione. Per esempio io penso già a differenziare la produzione: dagli avocado si potrebbero, per esempio, ricavare creme alimentari e cosmetiche da mettere in commercio.

Cos’hai da dire ai tuoi coetanei che se ne vanno dalla Sicilia e a quelli che restano?

È un dispiacere enorme, che se ne vadano in tanti: si tratta di ragazzi stanchi, ma spesso molto in gamba, per cui il fatto che decidano di andare a lavorare altrove diventa una perdita per tutti. Ma a tutti voglio dire che possiamo e dobbiamo essere protagonisti: noi siamo una generazione di giovani curiosi, esploratori, che nel mondo della tecnologia, di internet, del 2.0, possono trovare idee e costruire opportunità. Per realizzarle concretamente bisogna poi saperle sviluppare, ma per questo c’è bisogno di fare gruppo, affinché i percorsi individuali non diventino rischiosi. Certamente l’Italia ha bisogno di una scossa, ma non dobbiamo dimenticare che è il paese delle biodiversità e delle eccellenze e questo deve aiutarci ad avere una visione di fiducia, di speranza e di futuro.

A tal proposito, il tuo impegno si svolge anche all’interno della Coldiretti. Che significato assume la possibilità di fare rete, di ragionare in termini di comparto?

Sì, sono delegato provinciale di Coldiretti Giovani Impresa qui in provincia di Catania: coordino un gruppo numeroso e affiatato, che spero cresca sempre di più. Coldiretti cerca di fare molto dal punto di vista del sostegno, soprattutto ai giovani: qui ci sono i futuri imprenditori del made in Italy di qualità.

Il prossimo “seme” da piantare?

Ho messo il primo mattone, con il lavoro. Ora penso senza dubbio alla famiglia… e chissà che anche mio figlio non cresca con l’amore per la terra nel sangue!

 

0 1 3013 04 luglio, 2014 luglio 4, 2014

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