ISABELLA
  • ISABELLA “VIRI TU… QUANDO AVRAI DEI FIGLI”, DICEVA MIA MADRE
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ISABELLA “VIRI TU… QUANDO AVRAI DEI FIGLI”, DICEVA MIA MADRE

Perché crescere dei figli è una “dolce fatica”. In particolare per chi decide di continuare a essere anche una moglie, persino una donna, di avere un lavoro e di fare tutto da sola, con l’unico aiuto del marito. La quotidiana ricerca di questo delicato mix ce la racconta Isabella: giornalista per i settimanali Mondadori, “tornata a casa” a Modica dopo una lunga esperienza milanese

Di Isabella Colombo – Foto Simone Aprile

 

Più ti avvicini agli anta più rivaluti i mantra con quali i tuoi genitori ti hanno cresciuto. E io, quei ritornelli ripetuti fino alla nausea da mia madre, quelli che ho detestato da ragazzina e ripudiato da giovane donna testarda, me li sono ritrovati tutti cuciti addosso, perfetti come una seconda pelle. A partire da quel «Viri tu… quando avrai figli» che lei scagliava con un tonfo, pesante e definitivo come una pietra tombale, sulle nostre liti. Quelle dei 16 anni, quando rientravo oltre l’orario pattuito, e quelle dei 23, quando pensavo di avere sempre ragione a priori solo perché avevo letto qualche libro in più.

Beh, quel minaccioso «Viri tu…» l’ho visto. L’ho visto per la prima volta sei anni fa mentre mi si spaccavano le ossa per far nascere Filippo, il mio primo bambino. L’ho visto quando qualche mese dopo tremavo alla sua prima linea di febbre, quando a un anno l’ho lasciato in un piccolo nido della grande Milano e quando a due si è procurato un brutto bernoccolo perché io ero stata disattenta. L’ho visto quando, alzando la sua crestina da quattrenne, per la prima volta mio figlio mi ha detto: «Mamma, mi dispiace ma ho ragione io!».

Freetime 44 - maternità - isabellaQuello che ho visto è che crescere figli è soprattutto una gran fatica. In particolare se decidi comunque di continuare a essere anche una moglie, persino una donna, di avere un lavoro che ti toglie sette ore al giorno e di fare tutto da sola, con l’unico aiuto del papà. E per tutto intendo: impastare muffin e biscotti in orari improbabili e rigorosamente con ingredienti locali e bio perché non daresti mai una merenda industriale a tuo figlio; inventarti modi che non siano la TV per fargli passare il tempo e nutrigli il cervello; sfornare risposte esaurienti, veritiere e semplici (ma senza andare in crisi) a domande del tipo “Dio esiste davvero?”, “La Terra può finire dentro un buco nero?”, “Perché la guerra è brutta?”; inventarti ravioli e polpette mezz’ora prima di cena perché hai finito tardi di lavorare ma le verdure, da qualche parte, devi pur metterle; commentare gare immaginarie di Formula Uno sul tappeto (tu che non sai neanche cos’è un Pit Stop) mentre sei in piena “fase nausea” da seconda gravidanza; fare l’aeroplano in spiaggia, controvento, fino allo sfinimento, anche se il pancione comincia a pesare e, nel frattempo, nel tuo computer il lavoro arretrato continua ad ammassarsi inesorabilmente.

Crescere un figlio è una gran fatica, anche se lo ami da morire. Per esempio perché devi svegliarti almeno quattro volte a notte: da neonato per allattarlo, dopo sei mesi perché hai deciso che deve dormire da solo com’è giusto che sia e lui si sveglia in continuazione com’è naturale che sia. A cinque perché: “Ho sete”, “Mi ha punto una zanzara”, “Ho fatto un brutto sogno”, “Mi scappa la pipì”, “Credo che ci sia un Tirex sotto il mio letto”. Allora tu ti stropicci gli occhi, li alzi al cielo, sei felice perché ha azzeccato il congiuntivo ma nello stesso tempo maledici il sonno perso.

Non ti resta che analizzare velocemente i suoi bisogni, innestare il problem solving e, se sei fortunata, dopo dieci minuti gli puoi rimboccare di nuovo le coperte. Ma proprio in quel momento ti accorgi che, tutto disteso, lui prende già quasi metà del letto, e i suoi capelli profumano di bambino, e quel disegno-pastrocchio abbandonato sul tappeto è dedicato a te, e domani lo accompagnerai al primo giorno della prima elementare e ti viene già da piangere. È in quei momenti che ti rendi conto perché generare un figlio, in fondo, ha una giustificazione profonda e primordiale.

Per l’istinto di riprodurti? Per lasciare qualcosa dopo di te? Per inerzia o per ipocrisia? Una risposta c’è. Non sai articolarla a parole, ma c’è. È lì. Non la vedi bene perché è tutta impastata d’amore. Ma c’è. Punto e pasta. Ed è la stessa risposta che contro ogni logica e ragionevolezza ti fa decidere di averne pure un secondo, di figlio.

Freetime 44 - maternità - isabellaIl mio arriverà a novembre. È una femmina. E oggi è venerdì. Spedisco il mio sesto e ultimo articolo della settimana al giornale per il quale lavoro, recupero Filippo intento nei suoi esperimenti in giardino, impreco mentre lascia le impronte di terra dove ho pulito ieri, lo infilo sotto la doccia e gli spiego per la centesima volta come usare la spugna per strofinare bene ginocchia e piedi. Mentre controllo che si lavi a dovere ripasso a mente il contenuto di frigo e orto per capire come mettere insieme la cena e mi sforzo di ricordare se ho ricontrollato la mail prima di spegnere il computer.

Andiamo da mia madre: mi sta dando una mano a preparare il corredino per la piccola. Mentre Filippo legge fumetti anni Ottanta nella mia stanza da ragazza, io dispiego e annuso la tutina della “prima vièstita”: 0 mesi, 54 centimetri. Mi siedo, sono stanca, il pancione pesa sempre di più, ho il ferro basso e quel lembo di stoffa morbida tra le mani, che profuma già di latte e gelsomino, mi commuove.

Confesso a mia mamma che ho una dannata paura del secondo parto. E nel suo ritornello di risposta, nelle sue parole di mamma prima di me, tutto torna: il bene e il male, il dolore e la bellezza, l’istinto e la ragione, il paradossale incanto di essere ancora madre: «Se i figli non costassero tanta fatica – mi dice – … nun si vulissinu accussì beni».

2 0 2523 12 gennaio, 2015 gennaio 12, 2015

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